Il coraggio di cominciare: il mio primo caso di coaching strategico Capitolo 5 

C’è un momento, nel percorso di coaching, in cui qualcosa inizia a sciogliersi. Non perché tutti i problemi siano risolti, ma perché la persona davanti a te comincia a parlare in un modo diverso. È come se le parole arrivassero da un luogo più profondo. Meno difeso. Più onesto. Con M., questo momento è arrivato nella quinta sessione.

Era passata una lunga pausa tra un incontro e l’altro, ma al nostro rientro la sua energia era cambiata. Non c’era più solo il desiderio di scrivere una presentazione o di “trovare il modo giusto per raccontarsi”. Stavolta c’era qualcosa di più: la volontà di rimettersi in moto.

M. aveva cominciato a scrivere davvero la sua presentazione. E aveva anche letto pubblicamente il proprio testo, provando a vedere che effetto le faceva. Non era più solo un’idea sulla carta: era un tentativo. Imperfetto, forse, ma reale. E questo fa tutta la differenza, nel coaching strategico.

Abbiamo ripreso in mano quel testo. L’abbiamo esplorato, non tanto per correggerlo, ma per ascoltarlo. Per capire cosa diceva davvero — e cosa invece lasciava fuori. Perché ogni parola usata in una presentazione è anche una dichiarazione di identità. E nel coaching strategico, ogni sintomo è anche un messaggio. Ogni omissione è un’indicazione.

Il testo di M. raccontava di lei come formatrice e come coach. Parlava della sua esperienza con le donne migranti, delle sue competenze linguistiche, della sua passione per l’ascolto. Ma ancora mancava qualcosa. Il testo sembrava trattenuto, un po’ rigido. Come se raccontasse una professionista… senza raccontare la persona.

A quel punto abbiamo fatto un passaggio strategico: le ho chiesto di immaginare il pubblico. Non il pubblico ideale, ma proprio chi avrebbe potuto leggere quel testo nei prossimi mesi. Non clienti generici, ma persone reali. E all’improvviso è emersa una nuova prospettiva: “Vorrei che chi mi legge capisse che sono davvero presente. Che non parlo per slogan. Che ci sono.”

Questa frase, che può sembrare semplice, era in realtà uno spostamento strategico cruciale. Non si trattava più solo di presentarsi bene. Si trattava di trasmettere presenza. Di farsi leggere per come si è, non per come si pensa che si dovrebbe apparire.

Nel coaching strategico, questo è uno snodo importante: quando il cliente smette di cercare una soluzione da fuori e inizia a costruirla da dentro, usando ciò che ha già, ma con uno sguardo diverso.

Così abbiamo lavorato sull’autenticità non come concetto astratto, ma come criterio strategico per scegliere cosa dire e cosa no. E a quel punto, M. ha messo a fuoco il punto decisivo: voleva poter dire “chi è” senza sentirsi in colpa per ciò che ancora non ha fatto. Voleva poter raccontare il suo percorso senza dover giustificare ogni passaggio. In altre parole, voleva legittimarsi.

La sessione si è conclusa con una nuova versione della sua bio. Più breve. Più vera. Più efficace, perché finalmente allineata con la sua voce reale. Non più un esercizio tecnico, ma un gesto di identità.

Nel coaching strategico, ogni cambiamento visibile è preceduto da uno spostamento invisibile. E quella bio, oggi, è la traccia concreta di uno spostamento più profondo: M. non ha solo scritto un testo. Ha dichiarato a se stessa che può parlare come coach. Perché lo è.

E da lì, tutto può davvero cominciare.

(CONTINUA NEL PROSSIMO CAPITOLO)

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