Quando M. è tornata in sessione, qualcosa era cambiato. Non tanto nella sua vita esterna, quanto in ciò che percepiva dentro di sé: un rumore costante di pensieri, tutti orientati a uno stesso punto cieco. Doveva scrivere la sua presentazione come coach. Aveva persino un documento pronto. Ma restava lì, bloccato, mai condiviso, mai letto ad alta voce. Come se quelle parole, una volta pronunciate, la rendessero vulnerabile. Esposta.
Era evidente che il problema non fosse “scrivere” in sé. M. sapeva cosa voleva comunicare. Ma non riusciva a farlo uscire. Era come se ci fosse un nodo alla gola ogni volta che provava a dirlo ad alta voce. Un groviglio che aveva poco a che fare con le parole e molto con la percezione di sé.
Nel coaching strategico, quando c’è un blocco apparente nella comunicazione, raramente si tratta di comunicazione. È quasi sempre un problema di struttura interna: una resistenza, una paura di fondo, un dilemma identitario.
Così abbiamo iniziato a lavorare proprio da lì.
La prima intuizione è arrivata da una domanda semplice: “Che sensazione provi quando leggi la tua presentazione a voce alta?”
La risposta è stata immediata: imbarazzo. Ma non un imbarazzo generico. Piuttosto, un’impossibilità di riconoscersi nelle parole scritte. Come se quel testo fosse stato costruito con criteri razionali, ma non abitato davvero.
Allora abbiamo cambiato prospettiva. Ho chiesto a M. di riprendere le parole chiave che aveva costruito nelle sessioni precedenti. Quelle che, nel tempo, erano diventate i pilastri della sua identità professionale: empatia, precisione, chiarezza, presenza. Le ho chiesto di usarle non come concetti, ma come filtri. Ogni parola del testo doveva essere passata da lì. Doveva corrispondere a una verità sentita.
Questo processo ha acceso un’interferenza interna. Da un lato, M. desiderava profondamente comunicarsi in modo autentico. Dall’altro, temeva che questa autenticità non fosse “abbastanza professionale”. Come se esistere come coach significasse sacrificare qualcosa della propria voce interiore.
In quel momento è emersa una dinamica cruciale: il doppio legame. Voleva comunicarsi per come era, ma sentiva di dover corrispondere a un modello che non le apparteneva del tutto. Questo doppio vincolo produceva il sintomo: il blocco.
Allora siamo scesi ancora più in profondità. Cosa succederebbe se si presentasse solo per quello che è, senza sforzarsi di apparire diversa? La risposta è stata chiara: “Forse mi sentirei finalmente libera”.
Ed è proprio lì che si è creato uno spazio. Un piccolo varco dove la voce poteva iniziare a uscire.
Il compito finale è stato simbolico, ma potente: scegliere una parola–chiave da portare con sé fino alla prossima sessione. Un talismano. La parola scelta è stata “essenziale”.
Non per dire di meno. Ma per dire solo ciò che è autentico.
Perché nel coaching strategico non si cerca mai di costruire maschere funzionali. Si lavora per disinnescare i meccanismi che impediscono di essere efficaci restando fedeli a sé stessi.
M. non ha ancora completato la sua presentazione. Ma oggi, a differenza di ieri, ha una voce in meno contro cui lottare: la sua.
(CONTINUA NEL PROSSIMO CAPITOLO)