Nella terza sessione del mio primo percorso di coaching, M. è tornata con gli occhi un po’ più lucidi e una nuova consapevolezza in tasca. Nelle settimane precedenti le avevo affidato un compito semplice solo in apparenza: esplorare le presentazioni online di altri coach, segnando ciò che le piaceva e ciò che no. Sembrava un esercizio di osservazione, ma sotto sotto nascondeva un intento strategico ben più profondo: portare M. a chiarire la propria identità professionale.
È questo uno dei paradossi del coaching strategico: spesso, per trovare noi stessi, dobbiamo prima guardare fuori da noi.
“Non voglio essere un’ascoltatrice” — mi ha detto. Una frase che per molti suonerebbe strana, ma che per lei rappresentava una presa di posizione chiara. M. si era resa conto che il suo stile, troppo orientato all’ascolto passivo, rischiava di farla sembrare più una counselor che una coach. E nel coaching strategico, lo sappiamo, l’ascolto non è mai fine a sé stesso: deve essere orientato all’obiettivo, alla rottura del problema, all’innesco del cambiamento.
Al posto di “ascoltatrice”, ha scelto “creare accordo”. Un cambio di linguaggio, ma anche di mentalità. Non più chi subisce la narrazione del cliente, ma chi co-costruisce con lui un patto chiaro, operativo, trasformativo.
Tra le tante presentazioni visionate, M. ha trovato alcune perle: coach che trasmettevano passione autentica, altri che si distinguevano per la loro specializzazione precisa — ad esempio nello sport o nel business. Le colpiva ciò che trasmetteva autenticità, ma anche struttura. La confusione emergeva invece quando i coach sembravano “tutto e niente”, generalisti senza un’identità definita.
Così, tra una nota e l’altra, è emersa una parola chiave: specializzazione.
Quella era la sua meta. Il suo “boss finale” da sconfiggere nel videogioco metaforico che stavamo costruendo insieme.
Poi l’ho portata su un terreno ancora più sfidante: immaginare di dover scrivere la sua presentazione professionale. “Cosa ti bloccherebbe?” le ho chiesto.
La risposta è stata doppia: da un lato, la mancanza di esperienza, una fragilità percepita che la faceva sentire “una coach improvvisata”; dall’altro, la struttura — come organizzare le idee? Cosa dire per primo? Cosa tralasciare?
Ed è qui che il coaching strategico ha mostrato tutta la sua efficacia. Invece di rassicurarla, le ho restituito il blocco sotto forma di metafora: un puzzle con pezzi sparsi. Non uno scenario da temere, ma un gioco da risolvere.
Alla fine della sessione, abbiamo fatto un gesto simbolico: abbiamo nominato tutte le attività e intuizioni raccolte finora come “il talismano”. Non solo un insieme di idee, ma un oggetto magico metaforico che le servirà per passare al “livello successivo”: costruire la sua vera presentazione, in linea con la sua identità, la sua passione e il suo stile.
Per ora non abbiamo risolto tutto. Ma qualcosa è cambiato. M. non sta più cercando un modo per sembrare una coach. Sta cercando il modo per essere una coach. Con i suoi strumenti, i suoi valori, la sua unicità.
(CONTINUA NEL PROSSIMO CAPITOLO)