Il coraggio di cominciare: il mio primo caso di coaching strategico Capitolo 2

Quando M. si è presentata al nostro primo incontro, portava con sé una valigia piena di esperienze e una domanda non banale: “Come posso raccontare chi sono, come coach?”

Non si trattava solo di costruire una presentazione professionale. In gioco c’era molto di più: l’identità, la coerenza tra ciò che si sente di essere e ciò che si vuole trasmettere. Era un viaggio che intrecciava passato, passioni e futuro, in perfetto stile strategico.

M. aveva un vissuto denso: una formatrice in un progetto governativo per l’integrazione di migranti in Austria, in particolare donne provenienti da zone di guerra. Un lavoro che richiedeva ascolto, guida, presenza. Eppure, questa vocazione non le bastava più. Sentiva il bisogno di affiancare a quel ruolo anche quello del coach. Di poter offrire un accompagnamento più strutturato, strategico, incisivo.

Nel nostro secondo incontro, abbiamo iniziato a definire le fondamenta del suo essere coach. Attraverso un’attività strategica, M. ha individuato le parole chiave che raccontavano chi desiderava essere nel suo nuovo ruolo:

  • Essere di supporto, per creare uno spazio sicuro e di fiducia;
  • Ascoltatrice attenta, capace di cogliere sfumature;
  • Tempismo, saper guidare il ritmo della sessione;
  • Multilinguismo, offrendo sessioni in italiano, tedesco e altre lingue;
  • Comunicazione professionale, chiara ma mai fredda;
  • Immagine curata, perché anche la forma comunica;
  • Presentazione breve e incisiva, capace di lasciare un segno.

Ogni parola era una chiave. Ma da sola, una chiave non apre nessuna porta.

In pieno spirito del coaching strategico, abbiamo utilizzato un’azione paradossale: le ho chiesto di immaginare come avrebbe potuto peggiorare la sua immagine professionale. E così sono emerse le sue paure, le sue rigidità, i suoi punti ciechi:

  • Parlare troppo e dire troppo poco;
  • Apparire disordinata o generica;
  • Dimenticare l’ascolto, correre alle soluzioni.

Questo processo di destrutturazione, in apparenza controintuitivo, è stato rivelatore. Perché solo quando riconosciamo cosa può farci deragliare, possiamo agire per rimanere sulla rotta.

Per aiutare M. a interiorizzare quanto emerso, abbiamo trasformato questi elementi in un talismano simbolico. Un oggetto mentale da portare con sé durante tutta la sua “quest”, come in un videogioco. Ogni punto chiave era una runa incisa. Ogni errore potenziale, un mostro da riconoscere per tempo. Lo scopo? Raggiungere il suo livello successivo: una presentazione autentica e potente come coach.

Le ho affidato una missione: cercare presentazioni di altri coach affini alla sua identità. Studiarle. Trovare in esse elementi comuni con il proprio “talismano”. Perché anche nel coaching, come nei giochi strategici, ogni mappa funziona solo se il giocatore conosce il proprio equipaggiamento.

(CONTINUA NEL PROSSIMO CAPITOLO)

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